lunedì 10 settembre 2007

Se la gente avesse il cuore

Se noi tutti avessimo un cuore,
non proveremmo più questo bisogno di piangere,
di alimentare le nostre armi e limare gli artigli,
per non farci trovare impreparati al prossimo attacco.

Voleremmo con ali di zucchero filato
a pochi passi sopra il mare o su nel cielo,
o quantomeno crederemmo di esserne capaci,
che poi, alla fine, è ciò che conta di più.

Con le mani aperte ad offrire bei gesti e piccole speranze,
e a raccogliere assieme la frutta matura dai rami,
a coccolare i cuccioli intimoriti dalle foglie che cadono
e a dire loro che, in fondo, è solo un altro Autunno che passerà.

Guarderemmo i fiocchi soffici della neve che cade
con lo stesso stupore con cui la guarda un bambino,
e la convinzione di poter cavalcare l’arcobaleno
sarebbe mossa solo da un genuino sentimento di coraggio.

Ci emozioneremmo per le piccole cose
che all’improvviso diventerebbero grandi
e diventeremmo capaci di dare un senso alle emozioni
che invece, normalmente, viviamo solo a metà.

Ma soprattutto, se noi tutti avessimo un cuore
lo sentiremmo battere forte dentro il petto
come il ruggito di un leone buono
che ogni giorno ringrazia il sole quando nasce
e lo saluta, a sera, quando lento se ne va a morire.
Cospargo di punti e di poche virgole
gli intervalli che intercorrono
tra i miei pensieri affinché concedano
il tempo giusto per un respiro
a chi li leggerà.

Quelle pause sono i momenti in cui
ti fermi e pensi e ridi e piangi
e ti convinci che basterà
cambiare l’ordine dei punti
per cambiare ciò che non ci piace.

La Vita altro non è che un quaderno,
scritto con inchiostro azzurro o blu notte,
a seconda della vivacità degli attimi
che vi si srotolano su e si raccontano.

E tu puoi chiederlo al Narratore
di inventarsi per te una buona Storia,
o quantomeno preveder un finale
decisamente migliore.
Francamente me ne infischio,
e se domani è un altro giorno
che ben venga.

Me ne infischio del materasso
di nuvole dure sulla nostra testa,
della pioggia fine che nebulizza
le passioni primordiali.

Mi darò ragioni dal moto perpetuo
e anche per oggi supererò il travaglio,
per ritrovarmi a sera a ridere
di me e del gioco che avrò creato.
Sii prudente”.

Lo sarò”.

Il pericolo non si nasconde laddove lo immagini o dove lo puoi intuire. Sono più pericolose le cose che non sembrano tali perché ti trovano indifeso al loro manifestarsi. Ma non lasciarti neppure trasfigurare dalla diffidenza e dal terrore. Il compromesso è difficile ma indispensabile”.

Lo cercherò”.

Scegli nel tuo stesso mondo pochi luoghi presso cui rifugiarti per trovare riparo e conforto. Non dovrai cercarli: il tuo cuore li riconoscerà e ne sarà attratto come fosse calamita”.

Andrò al mare: è quello il mio rifugio”.

Allora sarà lì che ci incontreremo ancora”.
Lancio la monetina, poi la guardo:
se esce testa, resto;
se esce cuore,
prendo quel che mi rimane e me ne vado.

Hai mai provato a guardare l’alba
con gli occhi di un bambino
che lo fa per la prima volta?
Hai sentito quanto forte può arrivare
a tremarti il cuore?

Non esistono compromessi
tra lo stupore e l’ingenuità,
e se adesso mi dici che lo farai
resterò qui a guardare.

E io voglio vivere così:
guardando chi guarda
le cose migliori del mondo
come se fosse la sua prima volta.
Non vediamo al di là del nostro naso
e ci nutriamo di pensieri di ricotta
perché ci piace l’idea che possano
cambiare forma ogni volta in cui
non entrano negli stampini
preconfezionati che il mondo ci fornisce.

Abbiamo imparato a vivere nel traffico,
per ore incolonnati,
aspettando pazienti il turno
come se la Vita fosse poco più,
o addirittura poco meno,
di una colonna di automi
che inquinano l’aria che così,
ormai, ci piace più di quella pulita.

Facciamo spallucce quando ci raccontano
di un conoscente colpito dal male del Secolo
perché è solo una nuova vittima
di un destino a cui non ci si può più sottrarre.

E poi collezioniamo titoli, vinti con i punti della spesa,
per dar corpo ad un curriculum di sapone
che altrimenti si ridurrebbe a poco più
dei soli dati anagrafici.

Ma nonostante tutto parliamo ancora
di una Vita di qualità, pensando di sapere
cosa prova un gabbiano quando s’introduce
nella curva del vento e plana rapido verso il mare,
per poi impennare nel suo volo più bello verso il sole.
Guardami negli occhi
attraverso il deserto,
le sterpaglie delle speranze deluse
e i giardini di pietra.

Dimmi se riesci ancora
a scorgere anche un solo frammento
di quella che ero un tempo,
quando tutto sembrava diverso.

Lo era. E lo ero anch’io.

Con insistenza e mani giunte
prego per tornare a pensare come allora,
a vedere il riflesso del sole
trasformarsi in arcobaleno

e a credere che le promesse,
formulate incrociando le dita sulla bocca,
pronunciando parole a metà
tra un ritornello e un mantra,
sarebbero state mantenute ad ogni costo.
Mi raccontano di un tempo in cui maturavano le viti
e nelle campagne c’era aria di festa.
Si cantava e si rideva e si ballava
sulle tinozze colme d’uva da pigiare.
La conquista più dolce consisteva
nello scoprirsi le gambe nude
con quel fare fintamente disinvolto,
subito risolto da un rossore sulle guance
per dover parare i conti col pudore.

Adesso ce ne stiamo qui seduti su uno scoglio
e con le braccia conserte a guardare le conchiglie
che non siamo più capaci di raccogliere.
E senza più neppure uno straccio di pudore
mettiamo a nudo i nostri pensieri
di carnale possesso senza conquista.
Che all’indomani ci lasciano sfatti
e mai abbastanza appagati,
con il ricordo confuso di un volto da dimenticare
ed un odore che non avremmo mai voluto fare nostro.
Credimi, non è stato facile arrivare fino a qui.

C’erano rovi sulla strada,
e pietruzze sottili ad infilarsi nelle scarpe.
C’erano spettri che simulavano voci
e il soffio profondo del vento.
C’erano miraggi di pace e di luce
e sabbie mobili per tranello.

Ma sulla mappa vi era tracciato
un percorso disegnato per me.
Nessun tesoro da cercare perché
la fortuna più grande consisteva
nel poter partecipare al Gioco.

Ora che ho potuto dissetarmi
e gustare le noci che hai raccolto,
sono pronta a ripartire.

C’è una nuova linfa che mi scorre dentro
e un rinnovato entusiasmo ad alimentare i sogni.
Le Luci che vedi sono i miei compagni di viaggio;
me li ha dati Dio per non abbandonarmi mai.
Soprattutto nei momenti più duri.

Sulla mia mappa
sono indicate nuove mete,
strade e sentieri che non conosco ancora.
E credo non esista avventura più bella
dell’andarli a scoprire.
Se l’inverno non passerà da sé,
farò io in modo che vada via.
Proprio come quando la mia Vita
si tinge dei colori che non amo.

Fermare la scena:
come un treno in corsa,
l’immagine di un film,
una candela che si spegne.

Fermarla e decidere
che deve cambiare.
E io sola posso scegliere
come e quando.

E mi sento libera;
finalmente lo sono.

L’uragano adesso è la forza
che mi cresce dentro e che plasmerà
i contorni incerti dei miei nuovi sogni.
Di oggi, e poi quelli di domani.

Quell’uragano, energia pura,
spazzerà via le nuvole.
E vincerà l’inverno.

Alle sfide con se stessi
a cui si partecipa nella Vita
l’importante non è partecipare.

martedì 28 agosto 2007

LONTANO

Mi ricordo di noi…in una serata afosa…
…mentre i grilli primeggiavano sul gracidare dolce delle rane, in riva al fiume…
…e le lucciole illuminavano, con le stelle, un buio antico…
…mentre i nostri calici si incontravano nell’aria umida, sospesi…
…e le tue dita sfioravano le mie…
…laddove il brivido caldo si confondeva con l’aroma denso…
…della china…del rabarbaro…e della genziana…
…talmente dolce, pieno e vellutato…
…da riportarci a quegli attimi, mai troppo dimenticati, tra le lenzuola di raso, umide…
…e le finestre aperte sui pomeriggi estivi…e sul campo di grano biondo…
…quando, appagati, ci rinfrescava la spuma frizzante di uno champagne d’annata…
…brioso e delicato, come il lieve tocco della tua mano…
…che subito tornava a cercarmi…
…e la flute ghiacciata a sfiorare i seni…
…per un brivido lungo che non ti so raccontare…
…e l’idea di separarsi era amara, come questo fondente dentro cui affondo i denti ora …
…e penso…
…sorseggiando il moscato buono della mia terra lontana…
…e guardando la fiamma scoppiettante nel camino…
…e la neve, al di là della finestra…
…che, in fondo, è passato solo un altro anno senza te.

Solo un altro anno. Senza. Te.

martedì 27 febbraio 2007

CIAO NONNO

Sai che non amo venirti a trovare qui… perché qui manca l’odore acre del tabacco della tua pipa, e non incontro i solchi rugosi del tempo trascorso sul tuo viso, né il tuo fare lento e gli occhi persi in un sorriso dolcissimo, che poi improvviso esplodeva in una risata senza fine.

Questi fiori freschi trattengono su di sé la rugiada…come se fossero le lacrime che descrivono la mia tristezza di quando ancora ti penso oggi, o di quando pensavo… da bambina… al giorno in cui te ne saresti andato e sarebbero finiti i nostri giochi. E quella sedia sarebbe rimasta vuota. E le tue carte dimenticate in qualche angolo della casa. E la tua coppola blu lì… appesa… come se all’improvviso dovessi tornare a prendertela, e a sorseggiare ancora il tuo caffè freddo del pomeriggio.

Mentre l’alba sfilava via, io ti osservavo e imparavo a memoria i tuoi quotidiani rituali. Con quelle tue scarpe sempre lucide e l’odore del pulito addosso, chiudevi piano la porta dietro di te e ti affrettavi ad andare al forno a prendere la mia merenda: proprio l’altro giorno ho raccontato ad Enzo – perché lui non era nato ancora – la fragranza di quelle focaccine calde che mi portavi prima che io andassi a scuola. Non ne fanno più di così buone. O forse è a me che non sono parse più così.

Poi, però, segue la catena dei ricordi più spinosi di quando, a causa di quegli stupidi contrasti familiari, pur di vedermi anche solo per pochi istanti, mi aspettavi nascosto e un po’ distante, per regalarmi qualche spicciolo per le caramelle …ed era tutto e solo ciò che avevi...ma mi chiedevi scusa per non potermi dare di più. Poi rimontavi in sella e andavi via. E a me bruciava sulle guance il gesto fugace della tua carezza e il graffio dei tuo baffi premuti sulla mia fronte.

Mi piace pensarti così, oggi, sai? Sulla tua bicicletta, mentre corri libero e sereno, in quel luogo colorato e pieno di fontane di cristallo, che vidi in quel sogno in cui ti accompagnavo prima di congedarmi da te per sempre. Ero triste, non volevo andare ma…ma tu mi dicesti che per me era ancora troppo presto. E che non mi avresti abbandonata mai.
Mi piace pensare che lì ci siano nuovi cuccioli da coccolare, e con cui ridi…ridi…e ridi ancora… che i tuoi occhietti scuri e densi si riempiono di una gioia rinnovata e grande quando qualcuno di loro ti cinge il collo con le sue braccine paffute…come facevo io.

Scusami per la rabbia che ho provato per questo vuoto immenso…e per quel senso di disagio che provavo e provo quando passo in fretta dinanzi ad una tua foto in cui non oso riconoscerti.
Scusami per il silenzio… per queste parole che avrei voluto dirti prima, ma che erano rimaste incastrate da qualche parte in fondo al cuore.

La rugiada su questi fiori freschi è rimasta intatta. Forse non sono lacrime, ma piccole perle attraverso cui hai scelto di sorridermi ancora. Credo di confondere addirittura l’urlo del mare lontano con il lontano suono delle nostre risate che ritorna dal passato, e ora che sfioro la pietra per salutarti mi sembra fresca e rugosa, come la pelle del tuo viso. Nell’aria avverto l’odore acre del tabacco che brucia e so che, in fondo, non sei mai andato troppo lontano. Ma tu non avermene se ti dico che tuttora piango quando cerco i tuoi occhietti dolci a confortarmi ancora….e non li trovo più.


sabato 18 novembre 2006

V come Virtuale - UNA DELIZIOSA CENA

E’ sabato sera. Me ne sto a casa, sotto le coperte. In questo periodo non desidero confusione intorno a me; e poi fuori è freddo. Qui no.
Dalla cucina arriva l’odore intenso della torta di mele, pinoli e cannella. Non so se è buona…vorrei tanto andare a constatare, ma non posso: dovrò portarla domani ad un pranzo e non sta bene che poi ne manchi un pezzo. Magari, pure a forma di grande morso! Sai che ridere a guardare la faccia della padrona di casa?! Lei tira fuori la torta dall’involucro e scopre che ne manca un pezzo a forma di morso. Chissà che direbbe…
Insomma, ho mangiato solo un paio di tarallini e va bene così. Ma siccome possiedo anche lo strumento della fantasia, ora posso improvvisarmi una cenetta con i fiocchi.
Vediamo… Tovaglia a grandi quadri rossi e bianchi, oppure di chiffon panna con bordatura dorata? Andiamo con la prima và!... che questo gusto rustico già mi scivola in bocca.
Piatti di ceramica artigianale, e così pure il bicchiere. C’è un vinello scaraffato (il mio maestro del corso per sommelier e buongustai forse non condividerebbe…), e sento un odore intenso ed avvolgente mentre lo verso.


Sulla tavola c’è un piatto con dei formaggi stagionati, e solo qualcuno un po’ più fresco. C’è un vasetto con della mostarda di pomodoro, da gustare con il formaggio. C’è del pane rustico, nero come il carbone, ma talmente profumato… E’ ancora caldo.

Ci sono anche dei tarallini, e più in là un cestino con dei salamini, anche questi un po’ freschi e un po’ stagionati. Ci sono delle verdurine, già pulite e tagliate, e c’è dell’olio toscano verdissimo e pungente in cui intingerle.
C’è una mozzarella campagnola tagliata a fette, e accompagnata da uno squisito prosciutto crudo dolcissimo.


Ma soprattutto ci sono composizioni di verdure grigliate: melanzane, peperoni, pomodori, zucchine…
E le cipolline al forno, che anche se poi so che ci sto male da matti, non posso fare a meno di mangiare. Ci sono olive schiacciate, saporitissime e gustose. Ci sono i finocchi gratinati al forno, e poi i pomodori sott’olio, e i carciofini, e i peperoncini ripieni di acciughe e olive….
Arriva un primo fumante: è pasta casereccia, con della salsa di pomodoro leggermente piccante ed una spolverata di ricotta dura. In ognuna di quelle pappardelle senti il lavorio lento e dedicato delle mani esperte della massaia. Il sapore della salsa ti racconta tutto il trascorso del pomodoro, fin da quando era ancora baciato dal sole.
Poi ne arriva un altro, di primo. Sono dei ravioloni di ricotta e verdure, conditi con una salsina burrosa e delicata al sapore di salvia. Deliziosi… E un sorso di vino ne esalta la persistenza al palato.

Ma basta con i primi: almeno per quelli credo di esser sazia. Arriva un cosciotto di tacchino con patate e mele al rosmarino. Odio mangiare con le mani, ma questo è solo un sogno e… No, è più forte di me: non ci riesco neppure in sogno! Pazienza, userò le posate.
Terminato il cosciotto, dal sapore pazzesco, ecco che arriva un filetto all’aceto balsamico: il cuore sanguinolento è spettacolare; la foglia di menta gli dona freschezza di campo.
Un contornino leggero, un po’ di verdure saltate in padella.
Poi il dolce: un semplicissimo zabaione alle fragoline di bosco. E’ una libidine che vincerebbe ogni improbabile scommessa...

La crema densa e gialla con il leggero retrogusto di marsala è il coronamento unico di una cena tanto sublime.
Grappa, e magari anche qualche boccata di un buon sigaro. Caffè no, perché ora vado a dormire: dopo tutto ‘sto ben di Dio, tra un po’ calerà la palpebra.

Sognato con me? Avete assaporato anche voi tutte queste gustosissime pietanze? Sazi, ora? O forse vi si è scatenato un appetito (pari a quello che ora mi sta divorando)?
Bene, tutto questo per dirvi che ognuno di noi possiede uno strumento, e che questo strumento si chiama FANTASIA. Possiamo utilizzarlo a nostro piacimento, non costa nulla – né in termini economici né, tanto meno, energetici – e dicono addirittura che faccia bene al cuore.
E – io aggiungerei – anche al fegato, che nonostante una cena come quella che ci siamo concessi rimane, comunque, sano!



Sognate, amici. Sempre e senza tregua…

V come Voluttà - AMORE E IL MIO ANGELO

In certi giorni il cuore è un’ombra nel petto e la nostalgia di ricordi lontani è un soffio freddo che fa rabbrividire.
Era uno di quei giorni.
Ricurva su me stessa a coccolare la mia tristezza, avevo chiuso tutto il resto del mondo fuori.
Un libro era il pretesto per non lasciar vagare il mio sguardo nel vuoto e incatenarlo alle sue parole. Chissà di che parlava…..
E’ stato un soffio; delicato come il respiro rallentato di un bimbo che dorme. Tra i miei capelli. Nei miei capelli. Dentro la pelle. Lungo la schiena. E ancora più giù, accarezzando i fianchi e correndo come un’onda effervescente, profumata di agrumi…e di uomo…e di te, mordendo le mie esitazioni e riscaldando con alito buono il freddo brivido del cuore.
Mentre quella che era un’ombra si trasformava in luce.




Con gli occhi chiusi ho imparato in un attimo a guardati attraverso le mie mani, che ti percorrevano libere, tracciando il confine tra le espressioni tue e quelle che ora ti dipingevo io.
Le stesse.
Con gli occhi chiusi ho imparato in meno di un attimo a guardarti attraverso le labbra, umide, salate, ansiose di percorrere ogni ruga e attraversarla, fino a distenderla per sempre.
Ho creduto fosse trascorso il tempo che occorre per raggiungere le stelle, mentre le raggiungevo io. Ma non era trascorso che un solo attimo quando ho riaperto gli occhi e ho sentito il soffio leggero tra i capelli che svaniva.Mi sono voltata e ho catturato i tuoi occhietti furbi e un sorrisetto malizioso, mentre ti allontanavi. E se non pensassi che sarebbe folle crederlo, che forse era solo il frutto della fantasia o un riflesso, giurerei di aver scorto delle piccole alucce bianche sulla tua schiena.

venerdì 20 ottobre 2006

V come Vitamine o... MINE DI VITA

Queste frasi banalissime le ho spudoratamente copiate dagli accendini esposti in una vetrina di un Tabbaccaio. Ma mi piacevano, mi hanno colpita, quindi ho pensato di volerle condividere con voi. Tutto qua!
*** NON AVRAI MAI VERAMENTE PERSO,
FINO A QUANDO NON SMETTERAI DI PROVARE ***
*** LA TUA VITA NON DIPENDE DA COSA ACCADRA' DOMANI,
MA DA COME TU SAPRAI REAGIRE ***
*** CI VOGLIONO DUE SOLI ANNI PER IMPARARE A PARLARE,
MA UNA VITA INTERA PER IMPARARE A TACERE ***
*** AMICO E' COLUI CHE CAPISCE IL TUO PASSATO,
CREDE NEL TUO FUTURO
ED ACCETTA IL TUO PRESENTE ***

giovedì 19 ottobre 2006

V come Verità - IL DESTINO INTERATTIVO

Il mondo si divide in due categorie: quelli che credono che il destino esista e quelli che sono convinti del contrario, e cioè che ognuno sia l'unico artefice del proprio destino.
La categoria di quelli che credono che tutto sia tracciato, poi, si suddivide in svariate sottocategorie: quelli che credono in Dio, in Buddha, Maometto, e compagnia cantando, fino a lasciare il campo delle Entità e sconfinare in quello del metodo, e quindi il Karma.
Escludendo la più tenera età, durante la quale il mio impegno era tutto mirato ad imparare ad autogestirmi, da quando sono approdata all'età della ragione (e per esserne tanto persuasa, è evidente che oggi ho l'autostima a livelli altissimi) mi sto interrogando sulla veridicità, sull'attendibilità, di certe posizioni.
Prima di iniziare, è opportuna una piccola premessa: i miei pensieri sono sempre molto elementari. Vuoi perchè non ho mai avuto modo di studiare filosofia; vuoi perchè credo che è nell'elementare che si cela la vera essenza delle cose; vuoi perchè sarò pure intellettivamente limitata. Insomma, le mie deduzioni in merito sono semplici semplici.
E ora vengo a spiegarmi... Ho sempre trovato insensata l'idea di un Dio che si sia messo lì a stabilire a priori il percorso di ognuno. Immaginandolo infinitamente grande, questo Dio - potenzialmente - conosce fin da ora l'intreccio di circa sei miliardi di vite che affollano la Terra, escludendo per il momento che ne esistano altre altrove. Che senso avrebbe tutto questo? Penso che per un Essere tanto grandioso, tutto ciò sarebbe assolutamente frustrante e noioso. Sarebbe come vedere all'infinito un film di cui si è sceneggiatore, regista, autore e macchinista. Una noia mortale.
E poi, che senso avrebbe donarci un'intelligenza ed un certo potere discrezionale, se poi Lui sta lì e decide tutto, per filo e per segno? Quindi, escludo assolutamente questa opzione.
Prendiamo, quindi, in considerazione la possibilità che, invece, il destino non esista. Allora come ci spiegheremmo le miriadi di coincidenze che, quotidianamente, si verificano nelle nostre vite e ci disarmano? Certe storie, per esempio, sono talmente tanto assurde che sarebbe impensabile attribuirne la paternità al solo caso.
Bene, dunque, escluse entrambe le strade, cosa resta? Resta la via di mezzo. Quella che io chiamo il ... DESTINO INTERATTIVO.
Il destino interattivo altro non è che un percorso semi-tracciato. Esiste una strada, e tu sei per certi versi "costretto" a percorrerla. Ma poi, improvvisamente, dinanzi a te si apre un bivio, e tu puoi scegliere. E in base a ciò che scegli, si apre un nuovo percorso.
A quel bivio è come se ci fossero delle porte colorate, e tu scegli se aprire la porta rossa, gialla, verde o azzurra, per esempio, ma non sai quali saranno esattamente le conseguenze di quella tua scelta. E non si pensi solo alle scelte importanti, quelle che ci attanagliano l'esistenza togliendoci il sonno e l'appetito.
Faccio un esempio banale: sono davanti al mio armadio e devo decidere se indossare la camicia rossa o quella blu. Ci penso un pò, poi scelgo, mi vesto ed esco. La camicia rossa, quel giorno, mi sta particolarmente bene, ed ecco che un tipo, incontrato casualmente dal giornalaio, non riesce proprio a trattenersi dal fare un piacevole apprezzamento e da lì iniziamo a scambiare due chiacchiere e mi offre un caffè, e siccome è simpatico, allegro, divertente e mi piace, ecco che accetto il suo invito per andare l'1 novembre a vedere lo spettacolo di Maurizio Battista. E da lì inizia la nostra storia.
Ma quello stesso giorno avrei potuto scegliere di indossare la camicia blu e non attirare mai quel tipo, privandomi di tutto ciò che sarebbe potuto accadere e mai accadrà.
Quindi: bivio, poi scelta: camicia rossa o camicia blu? Vale a dire, porta verde o porta gialla? Dietro ognuna esiste un nuovo traccaiato che non conosciamo. E da lì si prosegue con nuove strade tutte da esplorare.
In tutto questo, il vostro Dio, comunque voi lo concepiate, guarda divertito, incuriosito, e, se preferite immaginarlo un pò severo, vi giudica anche (io ne ho un'altra visione, ma non è importante).
E', dunque, un ruolo più dignitoso, il Suo, rispetto a quello di osservatore passivo; ed è un ruolo più dignitoso anche quello dell'uomo, che può contare sulla sua intelligenza e sul suo cuore per migliorarsi e andare avanti.
E' qui che risiede la vera essenza dello splendore della Vita, di cui non subiamo la sorte dettata dall'alto, ma che invece possiamo decidere di cambiare in ogni istante e con ogni mezzo e renderla come più ci piace.
Amici miei, credetemi: abbiamo un potere immenso, non è il caso di barricarsi dietro la frase patetica e troppo ricorrente "Purtroppo è questo il mio destino....".
Buon volo, cari. E buone scelte a tutti.

V come Volare - VORREI ESSERE UNA STREGA

Sì, sì... Avete capito bene!
Vorrei essere una Strega, per volare a bordo della mia scopa magica nelle notti di plenilunio, e godere di quel candore di cera che copre i tetti, e le strade, e i camini, e le torri, e la campagna lontana.
E durante il giorno me ne starei sepolta nella mia grotta infernale a preparare pozioni magiche e fare esperimenti, tra elementi nuovi tutti da scoprire.
Preparerei il fluido della serenità, così chiamato perchè capace di trasmetterne tanta a chi non sa ancora ben gioire delle cose semplici e ogni giorno si affanna per cercare oltre senza, però, trovare mai abbastanza.
Preparerei il fluido della lealtà, per quanti si nascondono e tirano i sassi senza mai capire quanto possano far male.
E poi il fluido del coraggio, per donare la forza di sperimentare il limite delle proprie paure e superarlo, perchè oltre quello c'è la libertà vera.
A chi mi chiedesse di leggere le linee della mano, spiegherei che il futuro è interattivo (ma il senso lo spiegherò in un mio prossimo blog) e che se sviluppasse il buon senso e l'onore, traccerebbe un nuovo percorso tutto suo.
E nella sfera di cristallo leggerei la storie che ognuno di noi vive quotidianamente, ma senza mai carpirne il senso fino in fondo, senza mai comprendere che quella che vive è una storia unica ed irripetibile e che lui solo ne è il protagonista. Ma gliela racconterei come se fosse la storia di un altro, di uno sconosciuto, e lo lascerei entusiasmarsi e incuriosirsi e appassionarsi prima di spiegargli che se si appassionasse così anche alla "sua" di storia, la vivrebbe deciamente meglio.
Vorrei essere una Strega, e forse un pò lo sono, quando penso e agisco come se ogni giorno fosse il frutto di una magia nuova, che passa attraverso il sorriso e cosparge di stellette dorate i miei sogni migliori.
Volate, gente. E mentre volate, sognate senza tregua...

mercoledì 18 ottobre 2006

V come Versi - L'ATTESA PIU' DOLCE...

Un fagiolino nel ventre; è tutto ciò che sei.

Sei il gesto del pollice e dell’indice uniti
quando si vuole indicare qualcosa
grande quanto un chicco di riso così.

Presto diventerai un acino d’uva,
ma non potrai ancora pensare.
Nessuna voce animerà il tuo pianto,
che per mesi resterà soffocato nell’acqua.

Ci penserò io a nutrirti, a carezzarti,
ad inventarti canzoni e recitarti poesie.
Due colpetti sulla pancia saranno la buonanotte
e la forma di un cerchietto il buongiorno per te.

E’ tutto e solo ciò che posso prometterti.

Perché vorrei poterti trasformare il mondo,
affinché tu, al tuo approdo qui,
lo trovi colorato.


Vorrei poter cancellare il rumore degli spari,
dei cacciatori
e quelli più lontani delle granate.

Ma per quanto potrò sembrarti grande e forte,
devo confessarti che non lo sono abbastanza.

Ci penserai tu a tutto questo.

Imparerai da solo a cambiare il mondo,
e se proprio non potrai cambiarlo tutto,
quantomeno cambierai il tuo.

Io ti indicherò i valori, tu deciderai se farli tuoi.
Forse ne scoprirai degli altri.
L’importante è che tu ne abbia sempre.
E abbi forza a sufficienza per non dover assecondare
tutto ciò che non condividi,
per scendere a compromessi, sì,
ma solo quelli costruttivi.

Perché vivere da emarginato sarebbe
La sconfitta peggiore:
significa non essere capace di ricevere né dare.
Né, soprattutto,
saper dare un senso alla propria Vita.

L’augurio migliore è che tu
sappia fornirtene uno,
vincente e tale da far sì che chiunque
possa leggertelo nel profondo
dei tuoi occhini limpidi e sinceri.

martedì 17 ottobre 2006

V come Vedere attraverso... - DETTAGLI D'AUTORE


Un mio carissimo amico fotografa ogni cosa. Tutto ciò che lo colpisce, ogni contrasto di luci e forme che coglie, ogni sfumatura impalpabile, lui la immortala. Mentre cammina, tira fuori la sua digitale come se fosse un'arma e, acquattato come una lince, si posiziona e... zacchete ... ritrae.
Una volta mi ha detto: "Ho portato la mia digitale; magari poi ti scatto qualche foto, che di te non ne ho nemmeno una" e io ho pensato ...bene, è da molto che non mi faccio fare una foto, almeno così mi resterà un ricordo...
Ma devo aver pensato troppo in fretta, avrei dovuto temporeggiare un pò. In effetti è vero, di foto me ne ha scattate... e pure tante. Ma da nessuna di queste si evince chiaramente che si tratti di me. Potrebbe essere chiunque.

Il fatto è che che questa sua mania ha preso anche me e abbiamo inziato assieme a vedere in ogni stranezza un potenziale oggetto di interesse. Per esempio, chi saprebbe indovinare cosa ritrae esattamente l'immagine qui accanto? Non vi prometto alcun premio, ma di sicuro - se indovinaste - ne meritereste uno grande grande...

Questo qui potrebbe essere, invece, l'occhio di chiunque. Per quel pò di esperienza che ho in merito, anche di una donna che staziona in una cella all'obitorio, in attesa di autopsia. Un pò macabro, no?!

Eppure lui ne era entusiasta! Ad ogni scatto, guardava il risultato con soddisfazione immensa. Come di chi ha colto l'Anima, il senso profondo di ciò che sta guardando.

L'ultima volta ha aspettato addirittura che si alzasse il vento per non correre il rischio di ritrarre un'immagine in cui la mia identità fosse troppo evidente. Poi, come al solito, ha guardato la fotografia con quella solita aria soddisfatta e me l'ha mostrata con un bel sorriso, articolando un "Eh?!", come a dire... visto di cosa sono stato capace?

Ma devo ammettere che mi diverte un sacco. Mi diverte capire come le cose possano essere viste sempre da troppe angolazioni diverse per farsene un'idea chiara e precisa e puntuale. Mi diverte scoprire che l'Anima che ognuno coglie nell'altro può avere mille forme e sfaccettature diverse ed impensabili. Mi diverte intuire che il vento può essere complice di questa scoperta continua dell'altro, perchè mentre ti spettina i capelli - e con quelli ti copre il volto - sta mostrando la tua essenza migliore all'altro.

E mi diverte notare che molti uomini guardano il mondo attraverso le gambe aperte di una donna, ma che il modo in cui ha scelto di vederlo il mio amico è assolutamente pulito e genuino. Tutto questo è disarmante per quant'è bello! E divertente.

Non sono sicura che un giorno mi sposerò. Sono sicura, invece, del fatto che semmai dovessi farlo, mai e poi mai potrei sopportare l'idea di un fotografo che per tutto il giorno mi ossessioni con le pose più assurde e finte e terribili e perverse, del tipo: mano di lei appoggiata sulla spalla di lui mentre guarda il tramonto e lui guarda te come se fosse la prima volta che ti vede; lui con il braccio che ti cinge la vita e guarda il tramonto (o l'alba, perchè scatto dopo scatto, intanto il tempo vola) mentre tu lo guardi come se fosse la prima volta che lo vedi; lampione rispetto a cui lui si mette di spalle con la suola della scarpa appoggiata e lei che spunta da dietro con un bel sorriso; lui che la tiene per mano e lei che si china a sistemarsi la calza... Insomma, credo di essermi sclerata abbastanza anche solo a pensarci.

Beh, tutto questo per dire che semmai dovesse accadere, mi piacerebbe avere lì il mio amico a ritrarci, ad immortalare l'Anima di quei momenti, le emozioni vere e spontanee, quelle che emergono anche attraverso i capelli che ti coprono il volto, quelle che traspaiono attraverso la luce di una perla e del suo brillantino, o di un sorriso malizioso e divertito in bianco e nero...e che si trasforma in una simpatica "opera d'arte" da appendere al muro!

P.S. - Hey, Ciccio, poi non dire che non ti voglio bene....

Ah, gente... non dimenticate mai di sognare. E ... se potete ... di volare via!

V come Voluttà - VOLERSI BENE

Tra i sinonimi della parola VOLUTTA', ci sono: beatitudine, delizia, godimento, ebbrezza, ardore, carnalità, piacere, e poi... appagamento, benessere, completezza, felicità, gaudio, letizia, pienezza, soddisfazione, diletto, estasi, gusto, rapimento.
Eppure la gente non ci pensa. E passa il tempo a dedicarsi al superfluo, a tutte quelle cose che le disprezzi solo quando, per una ragione o per un'altra, un giorno finalmente le perdi e ti accorgi che avresti potuto tranquillamente farne a meno.
Corriamo. Veloci, nelle macchinine sul raccordo come se dovessimo andare chissà dove. Beviamo in fretta il nostro caffè con il pretesto che freddo fa schifo. Liquidiamo un amico al telefono con un lesto "Ok, dai...ci risentiamo presto: ora ho un mucchio di cose da fare". E un tramonto lo guardiamo di sfuggita; così come merita solo una rapida occhiata quello stormo di uccelli che sta migrando verso sud. Poi finiamo per convincerci che tutto è porcheria e che non ne vale la pena.
Invece vivere fa bene. Sentire l'aria sulla faccia mentre si corre senza meta e sorridere per il solo gusto di farlo...e farlo...e farlo ancora. Ma saper anche piangere, perchè fa bene anche quello. Assaporare con gusto ogni cosa, fino a distinguerne chiaramente - uno per uno - tutti gli ingredienti. Guardare un fiore senza raccoglierlo, riconoscendo la Vita anche tra quei pochi petali colorati. Tornare al parco e volare forte sull'altalena, fingendo di toccare il cielo. Con le mani toccare la terra bagnata dopo la pioggia e portarsi dentro quell'odore forte e acre e vero e puro, sempre. Contare le stelle non è poi così banale; potrebbe solo portare via molto tempo. Ed esprimere un desiderio se una schizza via veloce, perchè sicuramente prima o poi si avvererà.
Ma noi perdiamo di vista tutto questo, e anche il calore di una carezza è un piacere di cui poter privare chi amiamo. Così come quei silenzi che nascondono tutte le cose non dette, ma che diamo per scontate; fino al giorno in cui non possiamo dirle più... e dentro diventano macigni insopprimibili.
Il messaggio è sempre e solo uno: provare ad amare con passione e profondità. Con beatitudine, delizia, godimento, ebbrezza, ardore, carnalità, piacere, e poi... con appagamento, benessere, completezza, felicità, gaudio, letizia, pienezza, soddisfazione, diletto, estasi, gusto, rapimento.
Insomma, amare con ... VOLUTTA'.

V come Versi - AMORE E IL SENSO DELLE COSE

L’anziana donna guardava oltre.
Oltre la finestra,
i campi seminati a grano
e l’orizzonte lontano.


Guardava oltre con i suoi piccoli
bottoncini da cerbiatto,
che a dispetto delle rughe
ricamatele intorno dal tempo
erano ancora troppo vivi
e pieni zeppi di memoria.


La mano rugosa e tremante incatenò
un ciuffetto d’argento ribelle
al suo secolare chignon
e sistemò lo scialle sulle gracili spalle.

Io non osavo quasi respirare
per non rischiare di interrompere
quel ritratto senza tempo né rimpianti,
così vigoroso e fragile.


“Quando guardi fuori dalla finestra, vedi molte cose. Vedi la gente che si affretta verso la chiesetta vicina, richiamata dal suono delle campane e vedi i bambini che giocano; poi vedi la prateria e tutti i suoi colori, i fiori, gli alberi e le case, il fumo denso dai camini; vedi la frutta matura, profumata e calda di sole, sul carretto del contadino; e se guardi più su, puoi vedere il cielo, con le sue nuvole bizzarre o terso come adesso. Vedi tutto questo, se guardi fuori dalla finestra”.

Una pausa per riprendere fiato,
e schiarirsi la voce tremante.
O fare ordine tra i suoi pensieri.


“Ma l’Amore cambia il senso delle cose. E se poi guardi fuori dalla finestra, tu non vedi più tutto quello che vedevi prima. Se c’è della gente, cerchi solo lui o qualcuno che gli somigli. Oppure guardi i fiori, le pietre, le strade e le campane e ciascuno di questi ti ricorda qualcosa che sai solo tu. Il senso diverso delle cose. Che intuisce o coglie solo chi ama. In una sua personalissima percezione del suo universo più intimo”.

Scivolò ancora nella solitudine
dei suoi ricordi più lontani,
e i bottoncini da cerbiatto
le si inumidirono un po’
mentre rivolgeva lo sguardo
alla stella più luminosa
che ora faceva capolino
nel tramonto di fuoco.


“L’Amore e il senso delle cose, piccola mia. Fino al punto che…quando lui non c’è più… anche una stella smette di essere solo una stella”.

V come Versi - LA MIA PRIMA POESIA...


Prendi le mie mani e stringile
più che puoi sul tuo cuore
affinché io possa sentirlo battere
e lui possa sentire me.


Sarò per te il sole che non ha mai spleso
nel buio cupo delle tue notti insonni,
il profumo del tuo caffè al mattino
e il raggio di luce che filtrerà dalle tue persiane.


Lascerò che la mia mano scorra tra i tuoi capelli
quando crederai di essere solo e sarai triste,
e le mie labbra ti sfioreranno la fronte
per alleviarti la stanchezza della sera.


Gioirò attraverso le tue gioie
e piangerò le lacrime tue.
Tu sarai il bagliore dei miei sorrisi
ed il fragore dei miei applausi alla vita.


Sarò l’ombra che ti seguirà anche nel buio
ed il riflesso che ti accompagnerà nella luce.


Tu sarai la stella a cui volgerò lo sguardo
affinché segua ogni mio passo nella notte
e lo spicchio di luna su cui, cullandomi,
mi addormenterò.

lunedì 16 ottobre 2006

V come Viaggiare - La PROVENZA

L'anno precedente, in quello stesso periodo, avevo vissuto uno dei momenti più terribili della mia Vita.
Quell'anno, invece, decisi che sarebbe stato diverso. Era il febbraio del 2002 e io facevo scorrere il dito sulla cartina della Francia, tracciando un percorso che sarebbe stato mio. E mio soltanto.
Ricordo che faceva freddo. Tanto freddo qui in Italia. Non osavo immaginare quanto avrebbe fatto freddo in Francia. E a me poche cose fanno paura: il freddo e la penombra sono due di queste.
Ma quell'anno, anche se si fosse completamente ghiacciata la Terra intera, sarei partita senza troppe preoccupazioni.
Mandare delle mail in giro per tutto il sud della Francia cercando qualcuno - folle più di me - disposto ad ospitarmi o a darmi delle utili informazioni, mi sembrò la cosa più naturale da fare. Mi rispose Stephanie: ci saremmo viste da lei ad Avignone intorno all'ottavo giorno di viaggio. Oggi è una delle amiche a cui tengo di più, seppur lontana.
Pochi maglioncini caldi impilati in una valigia e un biglietto di treno verso la prima meta.


Che fu Aix-en-Provance. A lungo avevo sognato e immaginato i suoi mercatini di fiori e spezie e formaggi, la piazza con i palazzi color pastello che facevano da sfondo a giornate assolate e fresche, e le fontane. Ora era tutto lì, e a me non sembrava vero. Era meravigliosa anche avvolta nella rugiada all'alba...mentre andavo via e mi voltai a guardarla ancora...e ancora.
Il ricordo più buffo che conservo è il mio disperato tentativo di fare assaggiare un piatto di spaghetti ad un ragazzo giapponese conosciuto in Auberge: mancando la pentola, li cucinai in una teiera, cui unico grandioso vantaggio fu la facilità con cui riuscii a scolar via l'acqua. Lì tralasciai certamente la mia passione per la cucina, ma consolidai la consapevolezza di avere un forte spirito di adattamento su cui poter fare affidamento.
La visita all'Atelier di Cezanne fu un'esperienza che mi portò fuori dal mio tempo, a rivivere, come unico termine di congiunzione, la luce che filtrava dalle persiane e che troppe volte deve averlo ispirato per le sue tele.



E mi fa sempre uno strano effetto ammirare ed immergermi in quei luoghi che sembrano rimasti impigliati al passato. Uno di questi è senza ombra di dubbio Carcassonne. Una perla Medievale, dimenticata dal tempo al di là del ponticello che attraversa il fiume Aude e che separa il nuovo dall'antico. La sua posizione strategica l'ha resa la più naturale sede di avvistamento del nemico che arrivava da lontano, spiato attraverso le sue torrette ed i bastioni. E' talmente suggestiva e vera che non si può raccontare: va visitata, punto e basta.


Altra meta, Montpellier. Bella, lineare, pulita. Come un sapore antico, rivisitato in chiave moderna. Se potessi trasportarmela qui in Italia, è la dimensione di città che vivrei più volentieri.


Marsiglia, il villaggio globale per eccellenza! Ancora mi fanno male le gambe se ripenso ai numerosissimi gradini (non voglio assolutamente conoscerne il numero esatto, mi rifiuto!) che portano ad una quota pari a 154 m, ma dove la fatica è lungamente ripagata da una delle visioni più disarmanti: Notre-dame de la Guarde. E da lì, tutto il paesaggio di cubetti di cemento che si perde a vista d'occhio. Sembra un pò Napoli vista dall'alto...ma decisamente molto più bella.

Ricordo di esserci andata con una tipa bizarra: mi ero svegliata presto, quella mattina, e c'erano altre ragazze sconosciute che dormivano in quella stanza, ad Aix. Quando, nel silenzio, udii una vocina: "Dove vai?". Ed io, come se la conoscessi da sempre, anche se ancora non sapevo neppure come fosse in volto "Vado a Marsiglia". "Posso venire con te?", nel suo italiano stentato. "Certo!" risposi, nel mio italiano deciso. Oggi non ricordo più neppure il suo nome, ma ricordo che, seppur sconosciuta, si allineò perfettamente al mio passo e al mio desiderio di esplorare.
E questo è un problema ricorrente quando si va in vacanza: se non ci si conosce abbastanza e non si è ben collaudati, si corre il rischio di dover scendere troppo spesso a compromessi e non godersi la vacanza così come si vorrebbe.
Scendemmo giù lungo il quartiere dei pescatori, un dedalo di casette coloratissime e vivaci che affacciavano sul mare. Poi, estenuate, guardammo dalla costa, attraverso il binocolo, il Castello d'If - realizzato su un'isolotto poco distante, dove sono stati girati i film "La maschera di ferro" e "Il conte di Montecristo".
Questo e poco più è tutto ciò che ricordo di Marsiglia.



Nizza, altra "scarpinata" mostruosa. Ricordo che - arrivata in stazione - chiesi subito dove fosse il museo Nazionale, dove sono esposte alcune delle opere di Chagall. Sulla cartina valutai che non doveva essere troppo distanze, quindi, nonostante il mio valigione, decisi che avrei camminato un pò. Ciò di cui non avevo tenuto conto era lo sviluppo in altitudine: mi ritrovai a percorrere a piedi e lungo una zona abbastanza deserta, chilometri di tornanti e a sudare da folle. Ma scoprii Chagall e il suo particolarissimo spiritualismo che sprigiona dalle tele.


E poi, come se non bastasse, il giorno dopo mi fu regalata una delle albe più belle ed esplosive che io abbia mai visto. Superata decisamente da un'altra che avrei visto alcuni anni dopo, di ritorno dalla Thailandia; ma quella è un'altra storia.


Nimes, la città "romana". In effetti fa un certo effetto passeggiare imbattendosi in templi e arene pur sapendo di essere lontani dall'Italia. Deliziosa la Maison Carré - la "casa quadrata": ricordo che rimasi a guardarla per ore. Poi mi alzai e me ne andai. A Cannes, invece, ci rimasi giusto il tempo di un caffè serale, per cui ricordo veramente poco.

Avignone, la città dei papi. E di Stephanie, soprattutto. Non ci conoscevamo, non ci eravamo mai sentite neppure per telefono. Solo un paio di mail per accordarci. La chiamai la mattina in cui arrivai per dirle che ero arrivata con un pò di anticipo. Lei dormiva profondamente, aveva fatto tardi la sera prima. Mi chiese di aver pazienza e sarebbe venuta a prendermi. Bella tipa simpatica, ma aveva sonno e, per esperienza, posso dire che poche cose sono peggiori di una donna che ha sonno. Così mi scaricò con la mia valigia in quella che era stata la camera di sua sorella e tornò a dormire fino a tardi.

Io ero strafelice. Quella famiglia mi piacque subito, e ancora oggi spero di poter tornare lassù, prima o poi. O di rivedere in Italia Stè, che poco dopo ricambiò con un viaggio qui che fu una vera e propria tournée. Che spasso!


Il mio racconto termina qui. Non vi ho parlato delle cattedrali romaniche in pietra bianca che vivono del contrasto con gli interminabili campi di lavanda. Ma queste, come molte altre, sono cose che non si possono raccontare. Come fai a descrivere l’odore della lavanda a chi in Provenza non c’è mai stato? No, non devi descriverglielo: devi solo fare in modo che vada a sentirlo da sé. E che quando torni, ti guardi con occhi pieni di gratitudine.


Sognate, gente. Sognate sempre. E quando potete, volate via!

V come Volare - A META' TRA SOGNO E DESIDERIO


Vi è capitato mai? Di sognare di volare, dico. Vi è mai accaduto di svegliarvi con la convinzione netta di saperlo fare, di riuscire a decidere come e quando librarvi in volo?
A me capita spesso... ed è bellissimo!
Raccontarlo non è semplice. Ma vi confesso che la sensazione che vivo poi, al risveglio, quando divento consapevole dell'impossibilità di tornare a farlo, è alquanto triste.
Eppure...quando sono lì, immersa nel limbo onirico ovattato, ci metto poco a fare un saltino e volare via. E mentre volo, non è importante per me guardare il mondo dall'alto, ma conta solo la sensazione di poter decidere dove andare, senza necessariamente rimanere vincolata a due dimensioni sole.
Il problema è che ogni volta mi lascio prendere dall'emozione e dimentico di raffinare la tecnica. Potrei imparare a volare in picchiata verso il mare e sfiorarlo prima di risalire rapidissima verso il cielo. Potrei piroettare a destra e manca e fare delle coreografiche capriole per aria. Ma me ne dimentico...e volo soltanto, dandomi dei piccoli slanci con la punta dei piedi e girando così, senza meta, gioiendo, entusiasmandomi...
E quando mi sveglio e provo il rimpianto di non saperlo fare veramente, mi dico che, in fondo, sarà bello, a sera, tornare ad addormentarmi con la speranza di riuscirci ancora. Sarà bello chiudere gli occhi e tenerli chiusi forte forte, come fanno i bambini quando sperano in una sorpresa o stanno per esprimere il desiderio su cui devono concentrarsi un pò. Sentire il sonno che sopraggiunge e vince, e rende sfioriti e opachi tutti quei pensieri che durante il giorno vincono me. Sentire che quell'ultimo lembo di vita grigia mi sfugge di mano e scivolo in una dimensione per la quale non occorre passaporto, ma solo la capacità di tornare bambini e vivere con determinazione e senza vergogne ciò che di giorno non oseremmo mai neppure pensare.
Sognate, gente... sognate. E se potete, volate via.

venerdì 13 ottobre 2006

V come Vorrei - IL MIO COMPLEANNO



Sarà tra poco meno di un mese, ma già so che non potrò festeggiarlo come vorrei...

Dovrò ... come si dice ... accontentarmi. E se è vero, come recita il detto, che chi si accontenta gode, stai a vedere che ne trarrò pure qualche beneficio.

E' che, per me, il Compleanno è la festa più importante dell'anno. Troverei del tutto patetico e deprimente farlo passare così, come se fosse un giorno qualunque.

Urca, se ci pensi, il Compleanno è una ricorrenza troppo bella: anni prima, proprio in quel giorno, avevi emesso il tuo primo vagito; per la prima volta ti eri sentito l'aria fresca sulla pelle; mettici pure che molto probabilmente un imbecille ti aveva preso a sberle per farti piangere, mettendoti subito nelle condizioni di farti un'idea abbastanza precisa su quello che sarebbe stato il futuro.

E il futuro è oggi, che ti ritrovi grande a ripercorrere, attimo dopo attimo, tutte le vicissitudini di una Vita intera. Ragazzi, scherziamo? Il Compleanno non è Natale, che pur essendo un Compleanno anche quello, lo è per qualcun altro e non è certamente il nostro. Non è Pasqua, che dopo che hai finito di rompere le uova, ti rimane solo un gran mal di pancia per la troppa cioccolata ingurgitata. E non è l'estate, non è Ognissanti, nè il 1° maggio e neppure il 25 aprile. Non è nulla di tutto ciò. E' il Compleanno: vale a dire di più ... molto di più ... troppo di più.

Per quest'anno, come ho detto, sicuramente il mio sogno non si avvererà. "Ma perchè, quale sarà mai questo sogno irrealizzabile" vi starete chiedendo. E vi rispondo che non è nulla di pazzesco, ma mancano gli elementi ... gli ingredienti.

Manca la neve. Dove la trovo io a Roma ai primi di novembre la neve? Magari sulle Alpi o sugli Appennini, ma a Roma proprio no. Manca una casetta di pietra con il camino, e un tappeto rosso. E se anche ci fosse, comunque fuori dalla finestra mancherebbe la neve; e questo è assodato. Mentirei se dicessi che manca un uomo simpatico da posizionare sul camino davanti al tappeto ... ehm ... no, volevo dire davanti al camino, sopra il tappeto e, comunque, accanto a me; e se anche mancasse, un volontario di sicuro si troverebbe in fretta. E neppure un paio di bottiglie di buon vino dovrebbero essere difficili da recuperare. Dei piccoli bocconcini rustici, un pò di crudo a tocchetti e sfiziose tartine, quelli sarebbero semplici da preparare. Ma ... dannazione ... a Roma manca la neve e un paesaggio lunare fuori dalla finestra di una stanza caldissima in pietra con dentro il camino scoppiettante e un uomo troppo divertente disteso sul tappeto a gustare tartine e sorseggiare vino parlando di follie tenendomi compagnia durante la notte del mio compleanno.

Ma dopotutto, che importa? Ogni desiderio espresso finora, magicamente nel tempo la Vita me l'ha realizzato. Allora vorrà dire che per quest'anno ne esprimo uno ben dettagliato - seppur impossibile - e farò in modo di trascorrere, comunque, un compleanno speciale.

..........Poi, ne sono certa, arriverà l'anno in cui nevicherà.

V come Viaggiare - BARLETTA

Parliamo un po’ di BARLETTA, la mia città natale.
Se state pensando di andarci per il mare, decisamente lasciate perdere: vi trovereste immersi in una nauseabonda e melmosa acqua torbida. Ma basterebbe spostarsi di pochi chilometri a destra o a manca per ritrovare una discreta soddisfazione. Trani, Margherita di Savoia, Bisceglie meritano decisamente molto di più; quest’ultima, in particolare ha conquistato quest’anno la sua terza bandierina blu consecutiva.
Neppure il porto gode dell’importanza storica di un tempo, dato che - durante la sua costruzione – l’ingegnere che lo aveva progettato si accorse di aver sbagliato i calcoli e di aver realizzato il suo più madornale errore; dunque pensò bene di annodare una spessa corda intorno al suo collo e ad un’altrettanto spessa pietra e si lasciò cadere in mare.

Monumenti, allora? Andiamo con i monumenti.
Barletta possiede piccoli, inestimabili, tesori, per comprendere il valore dei quali non occorre una laurea in architettura, che peraltro ho. Ma manca totalmente – e non me ne vogliano i miei conterranei – la capacità di evidenziarli, di farli fruttare, di farli conoscere, di renderli fino in fondo un motivo in più per essere fieri di quella terra.
Francamente, a pensarci… non saprei proprio da dove cominciare.

Avete mai sentito parlare di Eraclio? Chi?… Eraclio! Sono pronta a scommettere che non esista bambino barlettano che, fin dalla più tenera età, non sia stato colto dalla curiosità di scoprire cosa fosse nascosto sotto il suo curioso gonnellino, oppure cosa rappresentassero davvero la sfera e la croce che tiene in mano o che non si sia lasciato affascinare dalla leggenda che di lui si narra. Ma se volete saperne di più… perché non andare a scoprirlo in loco? Troverete quell’omone un po’ austero, ma vi assicuro che tutti gli siamo immensamente affezionati.



Sono combattuta… Parlarvi della Cantina della Disfida, o lasciar perdere? Tradizionalmente, è il luogo in cui si accese la “miccia” della famosa Disfida di Barletta, ma quando c’ho
infilato dentro il naso l’ultima volta mi è venuto il magone. Possibile, mi chiedo, che a nessuno venga in mente un modo per far vivere ai turisti, e anche ai barlettani stessi, un salto nel passato? E’ così deprimente… Cercatene le immagini nel web, se volete curiosare; oppure aspettate che avvenga il miracolo. Andarci ora sarebbe assolutamente deludente!





La Cattedrale è molto bella. A mio modesto parere, forse anche più di quella ben più conosciuta di Trani. Sì, perché quella di Trani è mastodontica, e mentre alzi gli occhi per seguire l’epilogo delle colonne senti che a momenti ti si spezza il collo. Nella chiesa di Barletta non corri questo pericolo, ma se ti affidi ad una buona guida puoi scoprire tante tante curiosità.

A pochi passi dalla Cattedrale c’è il Castello: bello, bellissimo, davvero. E intorno al Castello, una villa che per anni è stata il covo dei disadattati…diciamo così. Per fortuna, poi, sono riusciti a metterla a posto, ed oggi è davvero bella, col suo verde abbastanza ben tenuto, le giostrine per bambini, le fontane policrome. Insomma, una nota buona.




Torniamo al Castello. Anche quello, se un minimo fosse valorizzato, se fosse reso più “attraente”… E’ che la gente vuole vedere i mobili! Sì, sì…i mobili. L’ho capito quando un giorno ero in coda a Castel S. Angelo, a Roma,e una signora, considerato il costo non proprio ridotto per la visita, chiese al bigliettaio se “almeno” c’erano da vedere i mobili… Come se l’architettura avesse poco valore e non valesse il costo del biglietto che, invece, con i mobili, sarebbe stato decisamente meglio speso. Allora riempiamolo di mobili questo castello, no?! Mettiamoci una bella consolle all’ingresso, poi letti a baldacchino e separé in stoffe ricamate, belle ceramiche sulle lunghe tavole apparecchiate e poi dimmi se la gente non viene a visitarlo. Roba da matti! E matti di un certo livello…
Comunque, se vi capita di passarci, il Castello merita, anche spoglio così, nudo e crudo.
Bella chicca anche il Teatro Curci, ma non sono sicura che gli spettacoli che vi organizzano gli rendano onore fino in fondo.

Ma di “onore fino in fondo” di sicuro non ne rendiamo ad un personaggio che non può essere raccontato: va visto e basta. E pure ad una debita distanza per poterlo apprezzare fino in fondo.
Si tratta di Giuseppe De Nittis. Non aggiungo altro: se siete qui, è perché disponete di una delle più grandi risorse della modernità (internet) per cui vi invito almeno ad andarvelo a cercare e a leggere il dispiacere confessato da quanti non lo conoscevano e si sono trovati casualmente ad ammirare le sue opere. Il dispiacere di non aver saputo prima che esistesse un personaggio così. Per quanto riguarda le opere, invece, quelle dovete andarvele a guardare dal vivo, perché nessuna foto gli renderebbe mai giustizia. Cha già, a parer mio e a volerla dire tutta, ne ha avuta poca.

Ora….a cavallo tra la fine del 2004 e inizi 2005 si tenne a Roma una mostra, ripetuta quest’anno a Pasqua a Barletta, in uno dei Palazzi più belli che la Storia ci abbia consegnato: il Palazzo della Marra. A quanto pare, visitata addirittura dall’allora Ministro dell’Interno Pisanu e dall’attuale Ministro degli Esteri D’Alema, da Tullio Solinghi e poi da migliaia di altri illustri più o meno sconosciuti. E pare pure che, dato l’altissimo livello di gradimento, sia stata addirittura prolungata di circa tre settimane.

Adesso io mi dico: si è fatto davvero il possibile per far conoscere almeno all’Italia tutta il passaggio sul nostro Pianeta di questo Grande? Non me ne vogliano i miei conterranei, ma ne dubito fortemente…. Voi, intanto, andatevelo a guardare!

Ma vogliamo trascurare il cibi? E il nettare degli Dei? Ma nooooo…..
Di vino - favoloso, eccezionale – ne trovate a sylos interi! Basterà scegliere quello di vostro gradimento e munirvi del bicchiere appropriato (seguirà una lezione sui bicchieri da abbinare a ciascun vino!).

Ma non potete, ripeto.. non potete… e ribadisco NON POTETE perdervi le squisitissime ORECCHIETTE (o meglio… STRASC’N’T) con ragù di BRASCIOLE. Ora è necessaria una piccola precisazione: se dal centro verso il nord le braciole sono, credo, costolette di maiale, nella mia Terra altro non sono che fettine di cavallo farcite con un composto di parmigiano, pecorino, aglio, prezzemolo e pepe, e fatte cuocere in salsa di pomodoro finché questa non diventa densa e saporitissima. Non vi ho ancora convinti? Allora provate a passeggiare lungo i vicoli di pietra bianca e sniffate a pieni polmoni l’odore che vien fuori prorompente dalle finestre, e poi ditemi se ancora esitate.

Ultima nota …tecnica: dicesi STRASCINATE perché il trascinamento è il movimento che serve ai pezzettini di pasta composta da acqua, semola, farina e sale, per assumere la caratteristica forma di orecchiette.
Per qualunque dubbio, informazione o curiosità, non esitate a scrivermi! A presto