CIAO NONNO
Sai che non amo venirti a trovare qui… perché qui manca l’odore acre del tabacco della tua pipa, e non incontro i solchi rugosi del tempo trascorso sul tuo viso, né il tuo fare lento e gli occhi persi in un sorriso dolcissimo, che poi improvviso esplodeva in una risata senza fine.
Questi fiori freschi trattengono su di sé la rugiada…come se fossero le lacrime che descrivono la mia tristezza di quando ancora ti penso oggi, o di quando pensavo… da bambina… al giorno in cui te ne saresti andato e sarebbero finiti i nostri giochi. E quella sedia sarebbe rimasta vuota. E le tue carte dimenticate in qualche angolo della casa. E la tua coppola blu lì… appesa… come se all’improvviso dovessi tornare a prendertela, e a sorseggiare ancora il tuo caffè freddo del pomeriggio.
Mentre l’alba sfilava via, io ti osservavo e imparavo a memoria i tuoi quotidiani rituali. Con quelle tue scarpe sempre lucide e l’odore del pulito addosso, chiudevi piano la porta dietro di te e ti affrettavi ad andare al forno a prendere la mia merenda: proprio l’altro giorno ho raccontato ad Enzo – perché lui non era nato ancora – la fragranza di quelle focaccine calde che mi portavi prima che io andassi a scuola. Non ne fanno più di così buone. O forse è a me che non sono parse più così.
Poi, però, segue la catena dei ricordi più spinosi di quando, a causa di quegli stupidi contrasti familiari, pur di vedermi anche solo per pochi istanti, mi aspettavi nascosto e un po’ distante, per regalarmi qualche spicciolo per le caramelle …ed era tutto e solo ciò che avevi...ma mi chiedevi scusa per non potermi dare di più. Poi rimontavi in sella e andavi via. E a me bruciava sulle guance il gesto fugace della tua carezza e il graffio dei tuo baffi premuti sulla mia fronte.
Mi piace pensarti così, oggi, sai? Sulla tua bicicletta, mentre corri libero e sereno, in quel luogo colorato e pieno di fontane di cristallo, che vidi in quel sogno in cui ti accompagnavo prima di congedarmi da te per sempre. Ero triste, non volevo andare ma…ma tu mi dicesti che per me era ancora troppo presto. E che non mi avresti abbandonata mai.
Mi piace pensare che lì ci siano nuovi cuccioli da coccolare, e con cui ridi…ridi…e ridi ancora… che i tuoi occhietti scuri e densi si riempiono di una gioia rinnovata e grande quando qualcuno di loro ti cinge il collo con le sue braccine paffute…come facevo io.
Scusami per la rabbia che ho provato per questo vuoto immenso…e per quel senso di disagio che provavo e provo quando passo in fretta dinanzi ad una tua foto in cui non oso riconoscerti.
Scusami per il silenzio… per queste parole che avrei voluto dirti prima, ma che erano rimaste incastrate da qualche parte in fondo al cuore.
La rugiada su questi fiori freschi è rimasta intatta. Forse non sono lacrime, ma piccole perle attraverso cui hai scelto di sorridermi ancora. Credo di confondere addirittura l’urlo del mare lontano con il lontano suono delle nostre risate che ritorna dal passato, e ora che sfioro la pietra per salutarti mi sembra fresca e rugosa, come la pelle del tuo viso. Nell’aria avverto l’odore acre del tabacco che brucia e so che, in fondo, non sei mai andato troppo lontano. Ma tu non avermene se ti dico che tuttora piango quando cerco i tuoi occhietti dolci a confortarmi ancora….e non li trovo più.
Questi fiori freschi trattengono su di sé la rugiada…come se fossero le lacrime che descrivono la mia tristezza di quando ancora ti penso oggi, o di quando pensavo… da bambina… al giorno in cui te ne saresti andato e sarebbero finiti i nostri giochi. E quella sedia sarebbe rimasta vuota. E le tue carte dimenticate in qualche angolo della casa. E la tua coppola blu lì… appesa… come se all’improvviso dovessi tornare a prendertela, e a sorseggiare ancora il tuo caffè freddo del pomeriggio.
Mentre l’alba sfilava via, io ti osservavo e imparavo a memoria i tuoi quotidiani rituali. Con quelle tue scarpe sempre lucide e l’odore del pulito addosso, chiudevi piano la porta dietro di te e ti affrettavi ad andare al forno a prendere la mia merenda: proprio l’altro giorno ho raccontato ad Enzo – perché lui non era nato ancora – la fragranza di quelle focaccine calde che mi portavi prima che io andassi a scuola. Non ne fanno più di così buone. O forse è a me che non sono parse più così.
Poi, però, segue la catena dei ricordi più spinosi di quando, a causa di quegli stupidi contrasti familiari, pur di vedermi anche solo per pochi istanti, mi aspettavi nascosto e un po’ distante, per regalarmi qualche spicciolo per le caramelle …ed era tutto e solo ciò che avevi...ma mi chiedevi scusa per non potermi dare di più. Poi rimontavi in sella e andavi via. E a me bruciava sulle guance il gesto fugace della tua carezza e il graffio dei tuo baffi premuti sulla mia fronte.
Mi piace pensarti così, oggi, sai? Sulla tua bicicletta, mentre corri libero e sereno, in quel luogo colorato e pieno di fontane di cristallo, che vidi in quel sogno in cui ti accompagnavo prima di congedarmi da te per sempre. Ero triste, non volevo andare ma…ma tu mi dicesti che per me era ancora troppo presto. E che non mi avresti abbandonata mai.
Mi piace pensare che lì ci siano nuovi cuccioli da coccolare, e con cui ridi…ridi…e ridi ancora… che i tuoi occhietti scuri e densi si riempiono di una gioia rinnovata e grande quando qualcuno di loro ti cinge il collo con le sue braccine paffute…come facevo io.
Scusami per la rabbia che ho provato per questo vuoto immenso…e per quel senso di disagio che provavo e provo quando passo in fretta dinanzi ad una tua foto in cui non oso riconoscerti.
Scusami per il silenzio… per queste parole che avrei voluto dirti prima, ma che erano rimaste incastrate da qualche parte in fondo al cuore.
La rugiada su questi fiori freschi è rimasta intatta. Forse non sono lacrime, ma piccole perle attraverso cui hai scelto di sorridermi ancora. Credo di confondere addirittura l’urlo del mare lontano con il lontano suono delle nostre risate che ritorna dal passato, e ora che sfioro la pietra per salutarti mi sembra fresca e rugosa, come la pelle del tuo viso. Nell’aria avverto l’odore acre del tabacco che brucia e so che, in fondo, non sei mai andato troppo lontano. Ma tu non avermene se ti dico che tuttora piango quando cerco i tuoi occhietti dolci a confortarmi ancora….e non li trovo più.

