lunedì 10 settembre 2007

Se la gente avesse il cuore

Se noi tutti avessimo un cuore,
non proveremmo più questo bisogno di piangere,
di alimentare le nostre armi e limare gli artigli,
per non farci trovare impreparati al prossimo attacco.

Voleremmo con ali di zucchero filato
a pochi passi sopra il mare o su nel cielo,
o quantomeno crederemmo di esserne capaci,
che poi, alla fine, è ciò che conta di più.

Con le mani aperte ad offrire bei gesti e piccole speranze,
e a raccogliere assieme la frutta matura dai rami,
a coccolare i cuccioli intimoriti dalle foglie che cadono
e a dire loro che, in fondo, è solo un altro Autunno che passerà.

Guarderemmo i fiocchi soffici della neve che cade
con lo stesso stupore con cui la guarda un bambino,
e la convinzione di poter cavalcare l’arcobaleno
sarebbe mossa solo da un genuino sentimento di coraggio.

Ci emozioneremmo per le piccole cose
che all’improvviso diventerebbero grandi
e diventeremmo capaci di dare un senso alle emozioni
che invece, normalmente, viviamo solo a metà.

Ma soprattutto, se noi tutti avessimo un cuore
lo sentiremmo battere forte dentro il petto
come il ruggito di un leone buono
che ogni giorno ringrazia il sole quando nasce
e lo saluta, a sera, quando lento se ne va a morire.
Cospargo di punti e di poche virgole
gli intervalli che intercorrono
tra i miei pensieri affinché concedano
il tempo giusto per un respiro
a chi li leggerà.

Quelle pause sono i momenti in cui
ti fermi e pensi e ridi e piangi
e ti convinci che basterà
cambiare l’ordine dei punti
per cambiare ciò che non ci piace.

La Vita altro non è che un quaderno,
scritto con inchiostro azzurro o blu notte,
a seconda della vivacità degli attimi
che vi si srotolano su e si raccontano.

E tu puoi chiederlo al Narratore
di inventarsi per te una buona Storia,
o quantomeno preveder un finale
decisamente migliore.
Francamente me ne infischio,
e se domani è un altro giorno
che ben venga.

Me ne infischio del materasso
di nuvole dure sulla nostra testa,
della pioggia fine che nebulizza
le passioni primordiali.

Mi darò ragioni dal moto perpetuo
e anche per oggi supererò il travaglio,
per ritrovarmi a sera a ridere
di me e del gioco che avrò creato.
Sii prudente”.

Lo sarò”.

Il pericolo non si nasconde laddove lo immagini o dove lo puoi intuire. Sono più pericolose le cose che non sembrano tali perché ti trovano indifeso al loro manifestarsi. Ma non lasciarti neppure trasfigurare dalla diffidenza e dal terrore. Il compromesso è difficile ma indispensabile”.

Lo cercherò”.

Scegli nel tuo stesso mondo pochi luoghi presso cui rifugiarti per trovare riparo e conforto. Non dovrai cercarli: il tuo cuore li riconoscerà e ne sarà attratto come fosse calamita”.

Andrò al mare: è quello il mio rifugio”.

Allora sarà lì che ci incontreremo ancora”.
Lancio la monetina, poi la guardo:
se esce testa, resto;
se esce cuore,
prendo quel che mi rimane e me ne vado.

Hai mai provato a guardare l’alba
con gli occhi di un bambino
che lo fa per la prima volta?
Hai sentito quanto forte può arrivare
a tremarti il cuore?

Non esistono compromessi
tra lo stupore e l’ingenuità,
e se adesso mi dici che lo farai
resterò qui a guardare.

E io voglio vivere così:
guardando chi guarda
le cose migliori del mondo
come se fosse la sua prima volta.
Non vediamo al di là del nostro naso
e ci nutriamo di pensieri di ricotta
perché ci piace l’idea che possano
cambiare forma ogni volta in cui
non entrano negli stampini
preconfezionati che il mondo ci fornisce.

Abbiamo imparato a vivere nel traffico,
per ore incolonnati,
aspettando pazienti il turno
come se la Vita fosse poco più,
o addirittura poco meno,
di una colonna di automi
che inquinano l’aria che così,
ormai, ci piace più di quella pulita.

Facciamo spallucce quando ci raccontano
di un conoscente colpito dal male del Secolo
perché è solo una nuova vittima
di un destino a cui non ci si può più sottrarre.

E poi collezioniamo titoli, vinti con i punti della spesa,
per dar corpo ad un curriculum di sapone
che altrimenti si ridurrebbe a poco più
dei soli dati anagrafici.

Ma nonostante tutto parliamo ancora
di una Vita di qualità, pensando di sapere
cosa prova un gabbiano quando s’introduce
nella curva del vento e plana rapido verso il mare,
per poi impennare nel suo volo più bello verso il sole.
Guardami negli occhi
attraverso il deserto,
le sterpaglie delle speranze deluse
e i giardini di pietra.

Dimmi se riesci ancora
a scorgere anche un solo frammento
di quella che ero un tempo,
quando tutto sembrava diverso.

Lo era. E lo ero anch’io.

Con insistenza e mani giunte
prego per tornare a pensare come allora,
a vedere il riflesso del sole
trasformarsi in arcobaleno

e a credere che le promesse,
formulate incrociando le dita sulla bocca,
pronunciando parole a metà
tra un ritornello e un mantra,
sarebbero state mantenute ad ogni costo.
Mi raccontano di un tempo in cui maturavano le viti
e nelle campagne c’era aria di festa.
Si cantava e si rideva e si ballava
sulle tinozze colme d’uva da pigiare.
La conquista più dolce consisteva
nello scoprirsi le gambe nude
con quel fare fintamente disinvolto,
subito risolto da un rossore sulle guance
per dover parare i conti col pudore.

Adesso ce ne stiamo qui seduti su uno scoglio
e con le braccia conserte a guardare le conchiglie
che non siamo più capaci di raccogliere.
E senza più neppure uno straccio di pudore
mettiamo a nudo i nostri pensieri
di carnale possesso senza conquista.
Che all’indomani ci lasciano sfatti
e mai abbastanza appagati,
con il ricordo confuso di un volto da dimenticare
ed un odore che non avremmo mai voluto fare nostro.
Credimi, non è stato facile arrivare fino a qui.

C’erano rovi sulla strada,
e pietruzze sottili ad infilarsi nelle scarpe.
C’erano spettri che simulavano voci
e il soffio profondo del vento.
C’erano miraggi di pace e di luce
e sabbie mobili per tranello.

Ma sulla mappa vi era tracciato
un percorso disegnato per me.
Nessun tesoro da cercare perché
la fortuna più grande consisteva
nel poter partecipare al Gioco.

Ora che ho potuto dissetarmi
e gustare le noci che hai raccolto,
sono pronta a ripartire.

C’è una nuova linfa che mi scorre dentro
e un rinnovato entusiasmo ad alimentare i sogni.
Le Luci che vedi sono i miei compagni di viaggio;
me li ha dati Dio per non abbandonarmi mai.
Soprattutto nei momenti più duri.

Sulla mia mappa
sono indicate nuove mete,
strade e sentieri che non conosco ancora.
E credo non esista avventura più bella
dell’andarli a scoprire.
Se l’inverno non passerà da sé,
farò io in modo che vada via.
Proprio come quando la mia Vita
si tinge dei colori che non amo.

Fermare la scena:
come un treno in corsa,
l’immagine di un film,
una candela che si spegne.

Fermarla e decidere
che deve cambiare.
E io sola posso scegliere
come e quando.

E mi sento libera;
finalmente lo sono.

L’uragano adesso è la forza
che mi cresce dentro e che plasmerà
i contorni incerti dei miei nuovi sogni.
Di oggi, e poi quelli di domani.

Quell’uragano, energia pura,
spazzerà via le nuvole.
E vincerà l’inverno.

Alle sfide con se stessi
a cui si partecipa nella Vita
l’importante non è partecipare.